Accessibilità digitale e strumenti digitali accessibili nella vita quotidiana
- Francesco Cannadoro

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 7 min

Uno strumento digitale è un dispositivo hardware (PC, smartphone, tablet), software (app, gestionali) o servizi online (cloud, e-banking). Fondamentali per l’apprendimento, la comunicazione e l’automazione.Quando parliamo di accessibilità, però, non parliamo solo di persone con disabilità. Parliamo della capacità di questi strumenti di essere davvero utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, in condizioni diverse, con competenze diverse e con bisogni diversi.Mi spiego meglio: non bisogna avere una disabilità certificata per incontrare barriere che ci impediscano di usufruire di uno strumento digitale. Siti più leggeri e interfacce semplici, consentono la navigazione a chi ha una connessione lenta, un dispoitivo datato o poca familiarità con la tecnologia. Ci sono poi i fattori generazionali: gli anziani non hanno necessariamente una disabilità, ma possono avere un calo naturale della vista o meno confidenza con la tecnologia. Avete presente quei telefoni con i tasti grossi? Ecco. Fattori culturali: non abbiamo tutti lo stesso grado di istruzione, ma dobbiamo poter accedere a portali o siti istituzionali senza procurarci prima un master in ingegneria informatica. Insomma, l’accessibilità trasforma un prodotto digitale in uno strumento democratico a disposizione di tutti.
Ma quali sono le ultime innovazioni in tema di accessibilità digitale?L’ho chiesto a Google e vi giro le sue risposte, perché non è che sono iscritto a una newsletter apposita che mi rende edotto della qualunque. Sono uno di voi. Anche un po’ meno.
L’ecosistema Apple.
La multinazionale statunitense con sede in California (beati loro, io ho casa davanti a un canale di scolo), ha uniformato i propri sistemi, con molti controlli contestuali che compaiono quando servono, lasciando maggiore spazio al contenuto.
In sostanza, i menu di iPhone, Mac e iPad appaiono solo su richiesta senza infestare la schermata, dando la precedenza alla fruizione del contenuto.
Un piccolo esempio: avete mai provato a scrivere una parola sull’iPhone e poi volerla copiare o eliminare? Immagino di sì. Finché non la evidenziate tenendo premuto su di essa, non appare il menù che permette di copiarla, tagliarla o incollarla.
Molte persone, davanti a una schermata piena di icone, notifiche e menu complessi, vanno in difficoltà. Che si tratti di poca dimestichezza con la tecnologia o disabilità cognitive.
Chi ha deficit visivi spesso utilizza l’ingrandimento, e un menu può occupare fino a metà schermo coprendo il contenuto.
I software di screen reader (quelli che leggono lo schermo per l’utente che non vede), non fanno distinzione tra contenuto principale e menu e finiscono per leggere tutto quello che c’è a schermo, rendendo la navigazione più lenta, più faticosa e meno efficiente..
E poi c’è la questione dell’ottimizzazione: per gli utenti task oriented (che sono quelli che entrano in un’app per fare una cosa precisa e al volo, tipo pagare il parcheggio o inviare un’e-mail), non avere mille cose a schermo rende tutto più intuitivo.
Ultimo esempio, ma ce ne sarebbero ancora tanti: pensate alla domotica. Nascondere i menu secondari permette di mostrare informazioni più grandi e leggibili, e invece di navigare in tre sottomenù per accendere la luce in cucina, si crea un unico grande bottone dinamico sulla home che appare solo quando sei in casa.
Ci sono poi una serie di altre chicche che vi riassumo al volo come l’integrazione diretta con apparecchi acustici per lo streaming audio e il controllo delle impostazioni o l’Assistive Touch, che crea un pulsante virtuale fluttuante sullo schermo, utile per chi ha difficoltà a usare i tasti fisici, gesti complessi o ha il tasto Home rotto. Consente di simulare pressioni, scorrimenti, usare Siri, bloccare lo schermo, fare screenshot e personalizzare azioni, riducendo l'usura dei tasti fisici.
Senza contare quella che è la forza di Apple da sempre (no, decisamente non parlo del prezzo 😅): l’ottimizzazione software e hardware che permette ai vari dispositivi Apple di lavorare insieme senza troppi problemi e far funzionare app che su altri dispositivi (a parità di potenza) non girerebbero mai, perché sono tutti figli degli stessi genitori.
Esempio: provate a montare un video 4K pieno di effetti su un MacBook air usando Premiere Pro (app di terze parti) o Final Cut (app di Apple). Il file video è lo stesso, il computer pure, ma su Premiere Pro si impalla tutto, su Final Cut vi sembrerà di avere sulla scrivania un computer da 4000 euro inarrestabile. Potere dell’essere tutti figli degli stessi genitori.
ANDROID
La distinta concorrenza non ha il vantaggio di avere figli suoi sui quali costruire un ecosistema, perché sapete meglio di me che Android è un sistema operativo presente su tantissimi modelli di smartphone, ognuno di una casa produttrice diversa. Samsung, Oppo, Motorola, Lg, e così via.
Tuttavia, ha sopperito a questo limite, integrando l’intelligenza artificiale di Google.
Lo screen reader “Talk back” è stato arricchito con le capacità multimodali di Gemini. Gli utenti, con un semplice gesto, possono ottenere una descrizione dettagliata di tutto lo schermo. Compresi elementi grafici, foto o icone senza testo alternativo.
La funzione “chiedi a Gemini”, permette di porre domande specifiche sulla schermata che si sta visualizzando, sia a voce che tramite la tastiera, e interagire in modo più naturale con le app.
I sottotitoli in tempo reale utilizzano l’IA per analizzare l’audio e trascrivere non solo le parole, ma anche le emozioni e il contesto sonoro. Addirittura, se chi sta parlando allunga intenzionalmente una parola, tipo: “noooooooo”, la funzione lo nota e la scrive così.
L’ IA rileva l’intensità del volume, visualizzando il testo dei sottotitoli in maiuscolo per enfatizzare le urla e cattura suoni di sottofondo interazioni umane come sospiri, applausi o colpi di tosse e riporta anche quelli.
Ci sono poi due funzioni che riducono l’interazione fisica.
AutoClick: quando attivata permette al sistema di fare automaticamente un clic quando il cursore rimane fermo per un tempo personalizzabile. In pratica, se per qualche motivo chi sta usando il dispositivo non può “cliccare”, basterà trascinare il cursore nel punto in cui bisogna farlo e dopo qualche secondo il software capirà che bisogna cliccare e lo farà per l’utente.
Voice Acess: permette di navigare nell’interfaccia di un’app usando la voce. E si può attivare nello stesso modo, infatti basta dire “Hey Google, avvia Voices Access”.
MICROSOFT
L’altra distinta concorrenza ha trasformato il suo sistema operativo (il famosissimo, a tratti famigerato, Windows), in un sistema proattivo e adattivo.
Come hanno fatto? … più che il dettaglio tecnico, qui conta il risultato pratico per l’utente
Vediamo però dove sta andando Windows.
Sottotitoli in tempo reale locali: ile versioni più recenti del sistema sono sempre più capaci di generare sottotitoli istantanei per qualsiasi audio che passi attraverso di sé (film, video, chiamate, app). E lo fa localmente, quindi la latenza (il tempo di risposta, quanto ci mette a sentire e scrivere), è quasi azzerata. Prima una cosa del genere era possibile solo tramite app che facevano tutto tramite connessione internet. Quindi, tra connessioni lente, andata e ritorno, i sottotitoli non erano esattamente in tempo reale.
Voice Acess: anche qui, come Android. Ma tutto in locale, come per i sottotitoli. È Windows stesso a gestire la cosa e questo permette di non avere quasi limiti nella gestione. Gli utenti hanno il contro sull’intera interfaccia, che può essere ulteriormente personalizzata per andare incontro alle esigenze motorie o visive dell’utente. Si può semplificare, ingrandire e un sacco di altre cose, senza che il computer rallenti per lo sforzo grafico, perché è tutto gestito dall’IA.
Eye tracking e Controllo Ottico: il nuovo “sistema” di Windows è ottimizzato per gestire il tracciamento oculare senza appesantire la CPU. Il supporto a tecnologie come eye tracking e input alternativi continua a migliorare, ma l’esperienza concreta dipende ancora molto anche dall’hardware compatibile e dalla qualità dell’integrazione.
E tutto questo, come detto, non sono “aggiunte”, come quando metti il sale sulla pasta. È Windows ad essere diventato acqua salata, pronta per cucinare.
Meta
Nel marzo del 2026, l’azienda proprietaria di Facebook e Instagram ha integrato nuove funzioni ai suoi occhiali smart. Quei Ray-Ban che fanno i video, a volte Oakley.
Stiamo parlando di funzioni hand-free (senza mani), che permettono qualcosa di veramente rivoluzionario, come chiedere agli occhiali di descrivere il contesto che li circonda. Utile se l’utente non vede ma anche solo se non capisce cos’ha davanti. Immaginate di essere a una mostra, ma non potervi avvicinare alla targhetta di un quadro per vedere chi è l’autore e quando l’ha dipinto. “Hey, occhiali, di chi è quel quadro? Cosa rappresenta?”. Cioè, manco Tony Stark.
Siamo di fronte a qualcosa di più di un semplice salto tecnologico, questo è un cambio fondamentale del modello sociale e culturale.
L’accessibilità ha smesso di essere una sezione tecnica isolata e sta diventando il cuore pulsante del design. Abbiamo smesso di pensare a chi sia rivolto un prodotto e cominciato a pensare quante persone raggiungere con esso e come.
Non ci rimane che aspettare che accada anche per strada.
La sfida per i prossimi anni sarà assicurarsi che tutta questa accessibilità sia accompagnata da privacy e sicurezza reali. Bisognerà garantire agli utenti che le tecnologie assistive non diventino uno strumento di tracciamento o discriminazione.
Perché dico questo? Perché strumenti indossabili e tecnologie assistive monitorano costantemente dati biometrici, abitudini, movimenti, creando profili dettagliati degli utenti.
E la condivisione non protetta e non autorizzata di dati relativi alla salute, per esempio, può portare a discriminazioni nel contesto lavorativo per dirne una.
Immaginate un dipendente che utilizza un dispositivo di eye-tracking o una tastiera adattiva a causa di una disabilità motoria o neurologica. Quelli, per funzionare, rilevano dati come tempi di rezione, frequenza dei click o altro.
Ora, immaginate l’azienda che usa quei dati per valutare la produttività dei dipendenti e decidere a chi rinnovare un contratto. O se una compagnia assicurativa richiedesse quei dati per fare una polizza all’azienda. Chi sarebbero i discriminati?
Benvenuti in Matrix. Anche no.
In Europa il tema non riguarda solo l’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), ma anche il GDPR, le norme antidiscriminatorie e, in molti casi, il diritto del lavoro. Perché quando una tecnologia assistiva raccoglie dati sensibili o comportamentali, il punto non è solo cosa può fare, ma chi può accedere a quei dati, per quali finalità e con quali garanzie.. Ma vi lascio con un po’ di suspense, ne parliamo la prossima volta.
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